Privacy Policy Ankhsheshonq - Il Saggio imprigionato - Antico Egitto di Iside

ANKHSHESHONQ

IL SAGGIO IMPRIGIONATO

Ankhsheshonq
Sacerdote dio Montu

Al British Museum vi è un papiro che ci ha permesso di conoscere la storia di un sacerdote di Ra di Eliopoli.

Purtroppo è impossibile conoscere con precisione l’epoca in cui visse, probabilmente durante il IV secolo a. C., sotto uno dei Tolomei.

In quel periodo i greci governavano il paese con l’assistenza di funzionari egizi e, anche se a livello formale vigeva l’istituzione faraonica, il Paese non era libero e mai più tornerà ad esserlo.

Ankhsheshonq viveva nel nord, ormai ellenizzato, tuttavia gli antichi culti erano ancora vitali; Eliopoli, la città dove furono scritti i “Testi delle Piramidi”, continuava a celebrare la forza creatrice di Ra.

Della grande società egizia poco rimaneva, la moneta aveva sostituito il baratto, la morale si era sfaldata, il materialismo greco aveva conquistato le coscienze e cancellato gli antichi valori.

Nonostante questo “degrado” i collegi dei sacerdoti conservavano ancora qualche piccola indipendenza, furono costruiti grandi templi e questi, come biblioteche di pietra, tramandavano i rituali che trasmettevano la parola degli dei.

Un giorno Ankhsheshonq decise di far visita al medico capo del re di Menfi, Harsiese, suo grande amico; con grande sorpresa del sacerdote Harsiese lo informò che, con l’aiuto di molti cortigiani, aveva deciso di rovesciare il monarca.

Ankhsheshonq rifiutò di partecipare al complotto e cercò di convincere l’amico a rinunciare al folle progetto che sicuramente sarebbe fallito.

Purtroppo entrambi non si accorsero che un servitore li stava spiando, l’uomo andò subito ad informare il re che fece arrestare e giustiziare i cospiratori. Ankhsheshonq, nonostante le sue dichiarazioni di innocenza, fu imprigionato per non aver immediatamente informato il sovrano.

Il sacerdote capì immediatamente che la sua detenzione non sarebbe stata breve, così chiese di poter scrivere e tramandare i propri pensieri al figlio.

Gli fu concessa una tavoletta da scriba e alcuni pezzi di giara in terracotta e Ankhsheshonq iniziò subito a trascrivere i suoi consigli.

Ankhsheshonq era un uomo abile con le parole e predicava una morale ispirata agli antichi culti:

”Quando Ra è in collera contro un paese, il re non rispetta la legge, l’armonia, i riti, il sacerdozio e la giustizia scompaiono, i valori si annullano”.

Come comportarsi di fronte ad un’epoca così travagliata?
”Esaminando ogni problema in profondità e tentando di comprenderne le radici”

Ogni giudizio affrettato è condannabile.
”E” stupido detestare un individuo a causa del suo aspetto quando di lui nulla si conosce; moderazione e pazienza generano un buon cuore, capace di giuste percezioni. Affermare di sapere tutto è il colmo dell’ignoranza, il dovere di un uomo consiste nel ricercare la saggezza diventando egli stesso saggio”.

Ankhsheshonq consiglia di non parlare mai in modo avventato per timore di offendere qualcuno, e di dire sempre la verità.

”Senza l’insegnamento dei saggi, l’esistenza manca di coerenza”.
Il saggio condanna il furto, la cupidigia e l’avarizia, desiderare ciò che altri possiedono con l’intenzione di vivere con tali beni è un grave sbaglio.

Al contrario, è opportuno conquistare i propri beni autonomamente, meglio abitare in casa propria, seppur piccola, che in una grande dimora altrui.

Possedere è inutile, se non si serve né Dio, né l’umanità.
Raccomanda Ankhsheshonq:
“Non assumerti un compito se non sei in grado di portarlo a termine e non occuparti di una moltitudine di questioni esterne trascurando le tue, se carichi un asino di peso eccessivo finirai per ucciderlo. Prendiamo su di noi solo ciò che siamo in grado di portare, non di più.

Il saggio non parla mai, con disdegno della donna amata e non tesse l’elogio di colei che detesta”.

Così Ankhsheshonq riuscì a sopportare la detenzione, scrivendo i suoi saggi consigli pervenuti sino a noi e sempre attuali.
La guardia incaricata della sua sorveglianza raccolse i cocci e li consegnò al re, che li reputò abbastanza interessanti da essere riuniti in una “Saggezza”.
E forse il re, soddisfatto della lettura, gli restituì la libertà.

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