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Le
alte case di pietra, i vicoli contorti, logge e porticati fanno di
Triora un piccolo paesino arroccato sui dirupi alpini della valle
Argentina, alle spalle di Taggia, uno dei borghi più caratteristici e
ammantati di arcane atmosfere della Liguria.
Il centro medioevale, il museo regionale etnografico e alcune splendide
chiese, come la colleggiata dell’Assunta del ‘700 e quella
quattrocentesca di San Bernardino, incorniciano la “Ca Botina”, nel
passato considerata la zona del ritrovo di streghe.
Triora deve infatti la sua fama ad un processo iniziato nel 1587 contro
una ventina di donne imputate di stregoneria:
”Nell’anno del Signore 1587, durante gli interrogatori è risultato che
le imputate in notte di luna crescente si sono recate in volo in
congresso maledetto presso la Ca Botina, al limitare del borgo di Triora;
ivi esse rinnegarono Dio, la Vergine e la fede di Cristo rinunciando al
battesimo e prestarono omaggio al Nemico concedendoglisi anima e corpo;
dalle confessioni risulta che esse più volte si recarono a trastullarsi
col diavolo lanciandosi in frenetiche danze e cavalcando i diavoli
istessi; tornate esse maledette nelle loro dimore, operarono con
malefizi e fatture, uccidendo venticinque bambini e una mucca e
provocando una tempesta tale che per tre anni le vigne non han più dato
frutto.
Inoltre hanno portato a morte un cappellaio di nome Giacomo che abitava
nella strada dei berrettieri, facendogli bere un veleno composto da
cervello di gatto e sangue d’uomo rosso, et eziandio il finalese Antonio
Musso che spirò dopo otto giorni di sofferenze per essere stato toccato
al viso mentre dormiva dalla mano unta di un unguento preparato dal
Diavolo in persona.
Le confessioni furono rese dalle maledette dopo esser state legate per
alcune ore al cavalletto, esser loro stati appiccati fuochi sotto i
piedi, aver avuto rasati i capelli e ogni lor pelo impudico ed essere
state tenute sveglie per quarantacinque ore.
Visto il processo, sentiti i testimoni, ascoltate le difese, sentiti i
pareri dei molti onorevoli commissari, affinché non abbiano a vantarsi
delle loro opere ad esempio di altri in questa e in altre città della
serenissima Repubblica di Genova, decretiamo e condanniamo Giovannettina
Ausenda, Gentile vedova di Battista Moro e le sorelle
Bianchina,Battistina e Antonina Vivaldi-Scarella alla pena di morte sul
rogo”.
Il processo nato da diffondersi di voci popolari terminò due anni dopo a
Genova, a differenza di altri processi analoghi si concluse senza le
condanne al rogo, tuttavia alcune delle donne sottoposte al giudizio
perirono a causa delle torture e degli stenti della vita carceraria.




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