I tributi di guerra

 

Nelle epoche più remote le guerre intraprese dagli antichi egizi erano volte solo alla difesa del proprio territorio dagli attacchi dei popoli stranieri.
Non vi erano guerre con lo scopo di conquistare e assoggettare altri popoli, il bottino, dunque, si faceva nel corso delle razzie, ma non venivano mai richiesti tributi.
Il bottino rimase uno dei frutti immediati della guerra sino al Nuovo Regno, quando i faraoni iniziarono a sfruttare al meglio le loro conquiste e ad esigere dei tributi.

I popoli sottomessi, come gli Asiatici o i Nubiani doveva pagare un tributo annuale, il cui ammontare era fissato anticipatamente.

Durante il regno di Thutmosi III i contributi solitamente erano composti da oggetti in avorio, legno prezioso o metallo, da carri carichi d’oro, di elektron e di bronzo.
Piante, animali, vini pregiati, gioielli e pietre preziose non potevano certo mancare, in special modo quando i popoli assoggettati erano quelli asiatici.

Tutti gli oggetti, venivano trasportati da carovane e caricati su vascelli fenici che viaggiavano sul Nilo fino alla casa del visir, che era incaricato di ricevere il tributo, mentre il governatore “figlio reale di Kush” doveva ricevere i tributi provenienti dalla Nubia.
Sulle tombe dei grandi visir della XVIII dinastia, sono raffigurati siriani, fenici,cretesi, egei, ittiti, con i loro abiti caratteristici mentre portano le offerte dei loro re.

Tra i tributari veri e propri, si trovavano anche gli ambasciatori che portavano doni d’amicizia, per esempio i Mitanni, che pur non essendo stati assoggettati offrivano doni in segno d’alleanza, o i Cretesi e gli Egei che chiedevano al Farone delle agevolazioni per i mercati commerciali nell’Impero egizio

 

 

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