La Stele di Rosetta

Il visitatore sprovveduto del British Museum di Londra, che si inoltra nello statuario egizio sito al piano terra del magnifico edificio di stile neoclassico che si affaccia sulla Great Russel street, indugia con aria perplessa e distaccata davanti ad una lastra di basalto nero che fa bella mostra di sé nell’area centrale della sala. L’atteggiamento è naturale per chi, ignaro di trovarsi al cospetto di uno dei più importanti e famosi reperti archeologici egizi, si lasci sopraffare dal fascino misterioso delle maestose statue di deità e sovrani, dalle rutilanti sculture e dai colossali sarcofaghi che lo circondano. Indubbiamente trattasi di sensazioni istintive, indotte dall’aspetto esteriore di artefatti e reperti riconducibili a forme e soggetti riconoscibili o comunque, in certa misura, associabili al quotidiano. L’interesse e l’ammirazione sono istintivamente stimolati dalla mole, dalla compiacenza stilistica, dalla percezione del ‘diverso’ e da altri fattori estetici. Quando, però, la componente cognitiva, che assume un ruolo di primo piano nell’animale ‘uomo’ ai fini dell’identificazione dei suoi interessi esistenziali, viene fortemente ampliata dalla razionale acquisizione di nozioni ed esperienze, quelle alquanto primitive sensazioni vengono notevolmente condizionate ed il giudizio dell’osservatore sostanzialmente modificato. Ed è per questo motivo che l’interesse oggettivo per la ‘Stele di Rosetta’ va ben oltre la semplice vecchia pietra scolpita. Partendo da questi presupposti, e ritenendo quindi che il ‘gusto’del fruitore sia ‘modificabile’ ed ‘educabile’, ritorniamo nello statuario del British Museum ed osserviamo nuovamente la ‘Rosetta Stone’ alla luce delle seguenti poche nozioni da me attinte oziando su quei meravigliosi testi di Alan Gardiner, Ceram, Cantù, Vandenberg ed altri.  La ‘Stele’, della grandezza approssimativa di mt.1,10 x 0,76, venne ritrovata nel 1799 da un oscuro soldato napoleonico presso le rovine di una fortezza situata a pochi chilometri a nord-ovest della località chiamata Rashid (Rosetta) sulle sponde del Nilo. Su una delle facce essa recava tre iscrizioni, ciascuna con caratteri diversi dalle altre. Sebbene fossero alquanto deteriorate, tali iscrizioni indussero l’ufficiale francese che sovrintendeva alle opere di fortificazione nella zona, certo Bouchard, a trasferire il reperto al Cairo per un più approfondito esame.
In seguito al fallimento della spedizione napoleonica in Egitto, la stele, insieme a numerosissimi altri reperti, fu ceduta agli Inglesi che la trasferirono al Museo di Londra.
La disposizione delle tre iscrizioni ed altri elementi indicavano che sulla pietra era stato riportato lo stesso testo in tre lingue diverse, ed il fatto che una di queste fosse il greco (copto) ravvivò le speranze di tutti gli studiosi impegnati col secolare problema della decifrazione dei geroglifici. Tuttavia, ancora una volta, le aspettative dei più illustri e dotati ricercatori vennero deluse; ed il motivo risiedeva in un colossale errore di base! Era infatti convinzione generale che i geroglifici (hieròs-sacro, glypho-incido) costituissero una scrittura puramente figurativa e che ad ogni segno (ideogramma) dovesse corrispondere un significato simbolico. Questa tesi sembrava essere avallata dai testi di noti scrittori del passato, quali Erotodo, Strabone, Diodoro ed altri ma, soprattutto, da Orapollo, dotto egiziano del V secolo D.C. che, nella sua opera ‘Hiéroglyphica’, fornisce l’interpretazione di un esauriente numero di simboli egizi. Tale interpretazione, se pur valida e preziosa ai fini delle ricerche iconografiche e mitologiche, era ben lungi dal risolvere il problema della decifrazione dei geroglifici. Per secoli e secoli tuttavia, l’opera aveva costituito la base di ogni ricerca, inducendo in errore svariate generazioni di studiosi.
Alan Gardiner ci riferisce sul come il Kircher, nel suo ‘Lingua Aegyptiaca Restituta’ (XVII sec.),si abbandoni, sulla falsa traccia dei significati simbolici delle figure, ad assurde fantasie per le quali il semplice nome del faraone ‘Apries’ significa che “La benevolenza del divino Osiride deve essere ottenuta per mezzo di cerimonie sacre e catene di geni, onde possano attuarsi tutti i benefici del Nilo”.
L’equivoco che impediva al mondo l’accesso ad una così vasta e poliedrica civiltà quale quella egizia doveva infine essere chiarito dal francese Jean Francois Champollion grazie proprio alla Stele di Rosetta.Quando, nel 1807, egli prese per la prima volta visione di una sua riproduzione litografica, il diciassettenne Jean Francois era già membro dell’Accademia di Grenoble e già conosceva numerose lingue orientali antiche, fra le quali, alla perfezione, il copto. Per uno studioso tenace e brillante come lui, già da tempo ossessionato dall’ansia di risolvere l’enigma dei geroglifici, quelle iscrizioni sulla nera pietra divennero ragion di vita e conferirono nuovo vigore alle sue ricerche. Come già si è detto, la Stele presenta tre iscrizioni: la ‘Geroglifica’ (o Faraonica), la ‘Demotica’ (o popolare), derivante da contrazioni e modificazioni della prima, ed infine, la ‘Copta’ (Greca). Quest’ultima, facilmente decifrabile, risultò essere un decreto sacerdotale in onore di Tolomeo V risalente al 196 A.C. A tal proposito vale osservare, a meno che una cospicua parte della stele non sia andata distrutta, che desta perplessità il fatto che su di essa non figuri l’iscrizione con caratteri ‘ieratici’propri della scrittura sacerdotale.
L’idea che i geroglifici, indipendentemente dal loro significato simbolico, fossero vere e proprie lettere alfabetiche, o meglio, segni fonetici, attraversò la mente dello studioso francese confrontando il nome di Tolomeo che appariva nel testo copto con un gruppo di segni geroglifici che si supponeva corrispondessero al nome del Re per il fatto che essi apparivano circoscritti in un ‘anello regale’ , ovvero in un ‘cartiglio’. Si trattò di un’intuizione determinante che divenne certezza allorché Champollion, nel 1822, venne in possesso di una riproduzione litografica delle iscrizioni greche e geroglifiche scolpite alla base di un celebre obelisco, detto ‘di File’, che oggi adorna qualche parco inglese nel Dorset. Nel testo greco (copto) erano riportati i nomi di Tolomeo e di Cleopatra e lo studioso notò subito che, nel testo geroglifico, oltre al ben noto ‘cartiglio’ che egli supponeva corrispondere al nome di Tolomeo, ne appariva anche un altro diverso: certamente quello di Cleopatra ! Da un primo confronto fra i due cartigli ed i due nomi greci risultò che le lettere ‘p’, ‘o’, ‘l’ e ‘t’ dei nomi greci corrispondevano agli stessi segni geroglifici in entrambi i cartigli. Sulla scorta di questa corrispondenza, dai due nomi Champollion trasse segni alfabetici (fonetici) per 12 suoni. A questo punto si dedicò subito alla decifrazione di altri nomi regali egizi di cui si disponeva una quasi completa elencazione in lingua greca grazie a Manetone, storico egizio del III sec.A.C. Ciò gli permise di arricchire rapidamente l’alfabeto fonetico disponibile.
Sommariamente, il procedimento fu il seguente: In una delle iscrizioni egli notò il cerchio simboleggiante il sole, che in copto corrispondeva a ‘Re’, seguito da un segno geroglifico sconosciuto, ed indi da un altro segno, ripetuto due volte, che si supponeva corrispondesse alla ‘s’(Re-?-s-s-). Fu relativamente facile, a questo punto, risalire al nome di ‘Ramesses’. All’alfabeto fonetico di Champollion si aggiungeva così la lettera ‘m’.
In un altro cartiglio appariva un uccello, l’ibis, ovvero il ‘Thoth’greco, seguito dal segno che, in base alla precedente decifrazione, doveva essere una ‘m’, ed indi da una ‘s’. Anche in questo caso, sempre riferendosi all’elenco dei Re di Manetone, fu facile identificare il nome di Tuthmosis, sovrano della XVIII dinastia.
Fu così che vennero a dischiudersi per l’uomo nuovi ed ampi orizzonti sul suo passato. Capolavori d’Arte e reperti, fatti e misfatti, miti e leggende, poterono finalmente essere incastonati in quel mosaico storico-culturale che è alla base del divenire umano.
Ora soltanto, distogliendo lo sguardo da quell’umile pietra nera e posandolo sulle statue e sculture allineate lungo le pareti, esse sembrano animarsi, nell’attesa di essere interrogate sul loro splendido passato.

                                                                                                  Joey Fatigati

Torna a: "Il vostro spazio"

Hit Counter