L'occhio bianco di Nefertiti

Allorché, in quel lontano tramonto del 1366 A.C., Tadulchipa, la dolce principessa asiatica, approdò a Tebe, la favolosa città dalle ‘cento porte’, capitale dell’alto e del basso Egitto, il popolo del Nilo le tributò un’accoglienza orgiastica. Sebbene il suo bel volto non lo tradisse, un brivido di repulsione dovette percorrere quel suo bel corpo di quindicenne alla vista dell’obeso e decadente Amenophis  III, il re delle ‘due terre’, cui l’amato genitore, Tushratta, potente re del Mitanni, l’aveva destinata come sposa.

Nefertiti, ‘La Bella che qui viene’, era tuttavia ben lungi dall’immaginare il ruolo che il destino le aveva riservato nella terra dei Faraoni. Alla morte di Amenophis III, a soli diciassette anni, la ‘Bella’ sposò il figlio di questi, Amenophis IV, sul quale tanta influenza doveva esercitare nella edificazione di quel grande culto monoteistico dedicato al disco solare, ad…Aton!. A questo culto l’illuminato ‘Faraone eretico’ dedicherà tutta la sua vita. La ‘città dalle cento porte’ venne presto abbandonata per ‘Aketaton’, nuovo paradisiaco centro di culto nell’area di El Amarna, a nord di Tebe, ed il giovane Amenophis assunse il nome di ‘Akenaton’, (servo di Aton).

Dopo alterne vicende, che la ‘Bella’ dominò per circa tredici anni col suo fascino e splendore, nel  1351 A.C. la ritroviamo disperatamente sola, ripudiata dal ‘signore delle due terre’, isolata dalla corte e soppiantata nel suo ruolo di ‘consorte reale’ dal correggente ‘Smenkhkara’ e dalla giovanissima figlia ‘Meritaton’, nuova ‘consorte reale’.

Fu forse questo il periodo dei più disperati e dissoluti amori di Nefertiti; periodo in cui il grande scultore di corte, Thutmosis, dovette follemente innamorarsi della bella regina, senza però esserne corrisposto. Amore ed odio dovettero guidare la mano del geniale artista nel plasmare quel raro esemplare d’arte figurativa qual è il busto della ‘Signora del Nilo’, oggi conservato nel museo di Berlino. Questo magnifico e superbo reperto, rappresentativo dell’Arte figurativa di ‘Amarna, finemente lavorato e dipinto e preziosamente ornato con lamine auree, lapislazzuli, malachite e calcedonio, è caratterizzato dall’assenza dello strato brillante dell’occhio sinistro.

Oggi, l’osservatore del reperto n.21.300 del  museo di Berlino non resta eccessivamente perplesso alla vista di quell’occhio  bianco e senza luce come dovette invece esserlo, molto probabilmente,Ludwig Borchardt, l’archeologo tedesco che, per primo, ebbe il privilegio di fissare quel volto stupendo allorché, nel Dicembre del 1912, lo riportò alla luce, estraendolo da quello che risultò essere il laboratorio del grande caposcultore ‘Thutmosis’ (Camera 19, settore P47, degli scavi di Tell El Amarna).

Per i più, alterne vicende ed il fluire del tempo potevano essere stati i responsabili della mutilazione. Per studiosi più attenti, Thut aveva forse inteso affidare ad un rituale ‘magico’, diffuso in quei tempi, la sua vendetta di amante respinto. Ma…forse…più semplicemente, l’Artista aveva inteso  rappresentare, a mezzo di quell’occhio spento, il suo profondo disprezzo per la pur tanto amata regina. A sostegno di questa tesi sembrerebbe deporre , paradossalmente, proprio una delle tante formule ‘magiche’ in cui ‘l’occhio bianco’  appare quale attributo dispregiativo, come per esempio “…svanisci! Oh tu che sei cupo in volto, tu che sei cieco, tu che hai l’occhio bianco ed avanzi strisciando! Oh miserabile!....” e così via. In contrapposizione all’occhio ‘bianco’, spesso ci si imbatte con l’esaltazione dell’occhio ‘vivo’ di Horus, il Dio ‘Falco’, che si posa su un ‘luminoso’ orizzonte.

 Se la bella Regina del Nilo avesse solo immaginato che il grande amore di Thutmosis le avrebbeconsentito di realizzare il sogno dell’immortalità, certamente oggi anche il suo occhio sinistro risplenderebbe!

Gli occhi di Nefertiti si spensero per sempre all’età di trentasette anni.

La vendetta del vecchio Dio Amon la raggiunse nella forma di un micidiale veleno fattole propinare dal grande generale Horemheb. Costui, al quale la  ‘ragion di stato’ aveva imposto la penosa bisogna, ne arse il cadavere e ne disperse le ceneri ai quattro venti.

     L’ira di ‘Amon’ era placata!

                                                                                  Joey  Fatigati

 

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