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Le materie prime.
Gli egizi impararono molto presto a estrarre materie prime dal sottosuolo,
spingendosi, a questo scopo, anche a grandi distanze dalla Valle del
Nilo.
Fra le località più anticamente sfruttate c'erano le miniere
di Wadi Maghara, nel Sinai, già attive sotto il faraone
Djoser (III
Dinastia).
Per raggiungerle era necessario attraversare il Deserto Orientale
e seguire la costa del Mar Rosso;vi si estraevano il rame e la malachite
e la regione era sacra alla dea Hathor, detta infatti "Signora della malachite".
Nella
parte più meridionale del territorio egiziano si trovavano invece
le cave di diorite (una roccia scura simile al granito)sfruttate fin dall'epoca
di Cheope, il costruttore della
Grande Piramide. Il trasporto di questo
materiale avveniva lungo il corso del Nilo, almeno fino alla prima cateratta,ed
altre, grazie ai canali fatti scavare dai faraoni a partire dalla IV dinastia.
Cave di alabastro si trovavano a El-Amarna, il basalto veniva dal Fayum,
il granito da Assuan, il calcare da Tura, la quarzite dalla zona di
Eliopoli;l'oro,invece,era
estratto dalle miniere del Deserto Orientale (Wadi Hammamat) e dalla Nubia.

Gli arnesi da lavoro.
Gli strumenti da lavoro degli antichi egizi sono giunti raramente
fino a noi. Possiamo tuttavia ricostruirli attraverso le arti figurative. Alcuni
rilievi mostrano infatti falegnami,scultori,fabbri e scalpellini intenti
al lavoro circondati dai loro utensili,che erano estremamente semplici.
Tra
gli strumenti dello scalpellino e dello scultore vi erano accette,scalpelli
di bronzo,mazzuoli di legno.
Squadre e filo a piombo consentivano di definire
la forma con precisione.
Per dare lucentezza alla alla superficie, si passava
sulla pietra un lisciatoio. Argani e corregge consentivano poi di sollevare
i blocchi e le statue,con l'aiuto di piani inclinati.
I falegnami non usavano
chiodi ma piccoli pioli in legno ed i pezzi si incastravano così
precisamente gli uni negli altri che la colla raramente era necessaria. Il
blocco di legno veniva sbozzato con un'accetta di bronzo o tagliato con
una sega, quindi rifinito con una pialla; le sagomature più elaborate
venivano,invece, eseguite con il trapano ad archetto. L'oggetto finito era
quindi levigato con polvere abrasiva e infine stuccato.
Nelle pitture parietali
è possibile vedere i fonditori seduti intorno alla loro fucina,mentre soffiano con dei tubi sui carboni per ottenere il grado di calore necessario
alla fusione del metallo.
I mantici infatti vennero introdotti solo nel
Nuovo Regno.

La lavorazione del vetro.
La lavorazione del vetro è attestata in Egitto sin dal IV millenio
a.C.
Gli egizi scoprirono che, mescolando sabbia ricca di notevoli quantità
di quarzo e acido silicico puro in forma cristallina con il sodio (che ricavavano
dalle ceneri delle alghe)e gli alcali calcarei, e scaldando il tutto alla
temperatura di ottocento gradi,era possibile ottenere una pasta di vetro
(faiace).
Questa pasta, viscosa e di rapido indurimento, si lasciava formare
in perline, in bottigliette o anche in recipienti
elegantemente modellati.
Il vetro fuso poteva essere anche colato in uno
stampo a parallelepipedo e,una volta raffreddato,poteva essere molato come
un blocco di pietra,oppure modellato nella forma desiderata con il sistema
della cera persa.
Nella seconda metà del II millennio era già
usata la tecnica del mosaico,mentre in epoca tarda divennero famosi i cosiddetti
"vetri millefiori".
Questi erano ottenuti da barrette o canne i vetro di
diverso colore,disposte a forma di fiore,assottigliate e tagliate a tessera,e
che una volt riscaldate in uno stampo per farle saldare tra loro,venivano
levigate a freddo.
Lo sciopero |
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