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Nell’Antico Egitto la successione faraonica era una questione molto delicata
dato che non esistevano regole formali.
Intrighi e complotti erano all’ordine del giorno e il faraone doveva
costantemente consolidare la posizione di colui che aveva designato come suo
successore.
Per questo motivo fu adottata la procedura della coreggenza, anche se
inconciliabile con il dogma fondamentale della monarchia, infatti, il faraone
era il rappresentante terreno del demiurgo e l’unicità rappresentava il
carattere primario.
Con la coreggenza, il successore del faraone era associato al regno con tutti i
diritti e gli attributi delle funzioni del monarca, inoltre gli eventi potevano
essere datati congiuntamente affiancando il computo del rispettivo regno.
Il successore proprio per aggirare il dogma dell'unicità, era assimilato a “Horo
che protegge suo padre”, con riferimento al mito di
Osiride, oppure agiva come “bastone per la vecchiaia” secondo l’istituzione
che permetteva ad un uomo avanti con l’età di condividere le proprie funzioni
con il figlio.
Nelle epoche di divisione dell’Egitto sono note coreggenze forzate, la più
famosa è quella che vede Hatshepsut che, prima
dell’anno VII di Tuthmosi III e contro il suo
volere, si fece incoronare faraone associandosi fittiziamente a suo padre
Tuthmosi I e regnando congiuntamente con Tuthmosi
III fino alla sua morte
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