ARCHEOLOGIA ANTICO EGITTO
GLI ARCHEOLOGI
HOWARD CARTER
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Howard CarterSussultarono  quando Carter disse: "Ma come non entrate?".

Per Howard non fu facile convincere Carnavon che non si poteva sgomberare l’anticamera dall’oggi al domani, l’unicità dei reperti esigeva che li si fotografasse, disegnasse e catalogasse, prima di iniziarne la rimozione. Carnavon tornò in Inghilterra e pregò Carter di comunicargli la data della ripresa dei lavori.
Fu aperto il massiccio cancello che separava l’entrata dai gradini.
Demolita la parte superiore del muro, apparve una sorta di parete tutta d'oro, ma asportando il resto dell’opera muraria, si vide che si trattava di un gigantesco forziere esterno. Di forzieri simili se ne era già letto sugli antichi papiri, ma quello era reale, luminoso d’oro e d’azzurro, con un volume quasi pari a quello della seconda camera, di cui sfiorava il soffitto, intorno, tra le pareti e i lati dello scrigno, correva un passaggio largo una sessantina di centimetri.

I primi ad entrare furono Carter e Carnavon e subito dopo Alan Gardiner con il figlio:
"ci spingemmo fino al primo angolo a sinistra e ci trovammo sul lato anteriore del forziere, davanti alla due massicce porte, Carter aveva fatto scorrere il catenaccio e spalancato le due porte. Potemmo vedere che dentro il grande scrigno esterno ce n’era un altro, anch’esso con doppia porta a sigilli intatti. Contammo in tutto quattro forzieri di protezione, uno dentro l’altro, ricoperti d’oro; l’ultimo conteneva il sarcofago di pietra: potemmo però vederlo soltanto un anno dopo".

Il vero lavoro cominciava proprio in quel momento: recuperare i tesori.
L’impresa durò dieci anni trascorsi raccogliendo, conservando e valorizzando i reperti. Un decennio di duro lavoro fisico, di caldo soffocante, di intensa fatica intellettuale; dieci anni di intralci e di contese politiche. Durante tale periodo il governo era cambiato cinque volte, altrettante volte era mutato il ministro che si occupava delle Antichità egizie.

Nel 1932, dopo quarant’anni di attività in Egitto, Howard  fece ritorno a Londra.
Era ammalato.
Il torrido clima, il logorante lavoro sotterraneo, ma soprattutto gli scontri e le emozioni derivati dalla scoperta del secolo gli avevano minato la salute. Aveva cinquantotto anni, ma si muoveva come un vecchio; ritiratosi nella sua casa di Albert Court, senza amici, prese a vivere come un eremita, sentiva che, dopo aver portato a termine il suo compito, non aveva più nulla da attendersi dalla propria esistenza.  Era di nuovo solo; la sua epoca, che si nutriva unicamente di sensazionale, lo aveva già dimenticato, l’unica ad avere contatti con lui negli ultimi anni fu sua nipote Phyllis Walzer, la quale lo pregò e lo supplicò di valorizzare le carte su cui aveva annotato con tanta cura ogni particolare della scoperta. Ma Carter era stanco, valorizzare le carte significava rifare tutto, ricominciare da capo, e lui era debole. I tre libri da lui scritti e che riguardano il recupero, furono tradotti in tedesco e in olandese. Gli uomini di scienza risero dei suoi libri: non erano scientifici, erano stati scritti per le grandi masse, le quali a loro volta si mostrarono deluse, perché l’autore si era limitato a descrivere puramente e semplicemente ciò che la tomba conteneva, senza minimamente parlare di sé e di tutte le complicazioni che avevano riempito le cronache.

Il 2 marzo 1939 Carter morì, ma pochi lo seppero.
Il Times, che aveva venduto sue notizie in tutto il mondo, ne annunciò la scomparsa il giorno dopo pubblicando il nome nella lista dei deceduti:
"Mr. Howard Carter, il grande egittologo diventato celebre per aver preso parte agli emozionanti avvenimenti che portarono alla scoperta della tomba di Tutankhamon, la quale tanto lustro ha dato all’archeologia, colui che poi esaminato e studiato la sepoltura venuta alla luce, è morto ieri nella sua casa di Londra"
Poche persone accompagnarono al cimitero colui che era stato l’eroe della nazione. Tra i pochi l’unica donna che per lui aveva contato e che era stata tanto irraggiungibile: Evelyn Carnavon, il vero e unico amore della sua vita, la figlia del Lord. La chiamava Eve, lui sulle rive del Nilo, lei in Inghilterra, si scambiavano tenere lettere, spesso una ogni due giorni. Ma Eve e Howard sapevano che l’etichetta inglese non consentiva ad un esumatore vagabondo di poter sposare la figlia di un Lord.  L’amore rimase platonico.
Carter morì scapolo.


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