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PREMESSA: Questa volta, approfittando del fatto che le scorte non sono
più un vincolo, e che in poche persone ci si muove più liberamente,
abbiamo approfittato per programmare un viaggio che ci desse la massima
possibilità di visitare a fondo alcuni siti già noti.
Per esempio Denderah e tutto ciò che abbiamo sempre trascurato di
approfondire nel recinto del suo tempio di Hathor, e la stessa cosa per
Abydos.
Invece di soffermarci a visitare soltanto il tempio di
Seti I con una rapida toccata e fuga all’Osireion,
abbiamo optato per fare una vasta
ricognizione in tutta l’area archeologica, compreso il cenotafio di
Ramesse II, le fortezze di Kasekhemwy e Qa’a
a Shunet el Zebib, i resti del Tempio di Osiride a Kom el Sultan, e
persino una camminata sulla via processionale che porta a Umm el Qa’ab,
alle tombe delle prime
dinastie (ma ci siamo fermati perché senza il permesso di del vecchio
Zahi, non si può fare di più!).
Abbiamo anche realizzato un’arrampicata sui contrafforti meridionali
dell’altopiano per vedere ciò che le spedizioni americane hanno lasciato
della tomba rupestre di Ahmose, ed i resti di una piccola piramide di
Pepi II, come pure i tumuli ormai sfatti delle
piramidi di Ahmose e della madre Tetishery.
Poi, tornando a Luxor ci siamo concessi una
rapida visita al tempio di Montu a Medamud, e nei momenti seguenti una
capatina a el-Tod.
Il finale, che non poteva mancare, ci ha visti impegnati nell’East Bank
a Karnak e nel West Bank alla Valle dei Re, a
Sheik abd-el Qurna per le tombe dei nobili, il
Ramesseum, il tempio di Seti I a Qurna, il tempietto di Iside a Deir
el Shelwit, i resti ormai tristi del palazzo di
Amenhotep III a Malqata…
Medinet Habu e così via…
Fatto questo rapido accenno, non vi tedio oltre… e cominciamo con due
passi nell’emozionante e ancora molto discusso Osireion, con le sue
misteriose strutture allagate dall’acqua.

Mappa aerea della zona relativa all’Osireion e le sue strutture
accessorie
Ed
eccoci qui, incantati dalla sottile magia di una dimora misteriosa,
luminosa eppur discreta, nella sua penombra traforata da cerulei raggi,
delicati e come sospesi, segno quasi
tangibile della potenza radiosa di Ra.
Dalla celestiale greca geometrica della tromba delle scale, che portano
ai piani superiori, giunge tenue un’ipnotica melodia… il tono di
chiamata di un Nokia, che risuona malinconico ed
ignorato, mentre il proprietario è assente, assorto, forse, in chissà
quali pensieri…
Apro lentamente l’uscio di ferro, pesante schermo colorato di vivo
carminio, che ci isola dal bruciante mondo sabbioso del deserto.
Socchiudo gli occhi per compensare la terrificante differenza di
luminosità, e, a poche decine di metri, scorgo la cinta imponente,
l’ingresso massiccio del cenotafio di Ramesse II.
Il tempio è quasi sfocato nella distanza, tremolante nelle onde di aria
surriscaldata che si alzano dal suolo. Un leggero soffio alza la polvere
della strada in mulinelli appena visibili: è la sabbia delle
plaghe desertiche che ci separano dalle tombe delle prime dinastie, a
Umm el Qa’ab… come una presenza insistente e appena percepibile, si
infiltra dappertutto e rende il colore delle cose uniforme e morbido.
Come una nenia tenue e esotica, che filtri da una porta socchiusa, così
il soffio del vento desertico ci sfiora e se ne va, titillando la
nostra mente e i nostri sensi, sussurrando racconti di cimiteri lontani,
densi di attesa… di potenti credenze arcaiche, di grandi dei di un
tempo, celebrati sulla rampa processionale nei loro misteri drammatici.
Upuaut, lo sciacallo apri-piste,
Osiride e il suo entourage di difensori,
Apophi, Seth e
i suoi accoliti… demoni ed eroi, che negli abissi del tempo si
affrontavano simbolicamente sulla via del deserto, per aprire la mente
ed il cuore dei fedeli… Qui accanto, ad appena poche centinaia di metri
si apriva la via processionale: dall’immenso recinto del tempio di
Osiride, attraverso il portale bianco di Ramesse II, la processione
attraversava la “Grande Terrazza del Dio” e si avviava nella depressione
dello wadi serpeggiante… verso il mitico sito di Poker, in mezzo al
deserto, sotto i contrafforti dell’altopiano roccioso.
Ma lasciamo che il ricordo si snodi, attraverso le emozioni, per far
brillare ancora una volta la consapevolezza, per estrarre dal buio
dell’archivio della nostra mente e del nostro cuore altre storie, altre
avventure…
Come scribi che si aggirano nella
Casa della Vita, alla ricerca di antichi
papiri, svolgiamo la nostra opera: ed è l’Osireion, dopo le
ore passate nel tempio di Sethi I a rivivere nell’immaginazione i
rituali e le scene di vita del clero… è l’Osireion che ci chiama, e i
ricordi dei testi di F.Petrie e della dott.sa
Murray ci assalgono ad ondate, temprati dallo schermo della percezione,
che ci dona ancora una volta uno spettacolo unico.
Massicci blocchi, ciclopiche masse granitiche immerse nella verde
frescura di un’acqua che probabilmente non proviene dal
Nilo…. E’ davvero uno spettacolo inquietante, e
mi chiedo quanto sia ossigenata e viva quest’acqua, in cui vedo
fluttuare silenziosi e agili, grossi pesci
gatto, con i barbigli che si irradiano vibranti attorno al muso scuro.

L’Osireion visto dall’alto
E’ impressionante questa struttura: la piattaforma centrale,
apparentemente scavata in un blocco unico, presenta due incavi profondi:
uno di forma rettangolare e uno quadrata… come una piattaforma rocciosa
in cui sia stata ricavata l’ultima dimora terrena di una divinità…
rampe che sprofondano nel verde smeraldo delle acque immobili… recessi
forse poco profondi, che acquistano una inquietante invisibilità, anche
in pieno sole, grazie al velo opaco di alghe che intorbidano questo
specchio di acque dolci.
I pilastri, squadrati perfettamente e allineati in due filari, hanno la
potenza dei megaliti di Stonehenge,
e la stabilità monolitica delle basi delle piramidi di
Giza.
Tutto attorno al perimetro, ricavate nella parete
dell’enorme vano sotterraneo, si aprono innumerevoli
salette, tutte uguali e poco profonde, inondate dal verde
fluido che pervade tutta la piattaforma.
Tutta la struttura è imponente e silenziosamente magnetica: non si può
fare a meno di
rimanerne impressionati… ma la sensazione è completamente differente
dalla maestosa
sgomenta riverenza che incutono i giganteschi mostri piramidali di Giza:
qui è ben diversa
l’atmosfera… ed ogni volta che ci sono stato ho provato questo senso
intenso di déjà-vu, e
contemporaneamente di frustrazione… perché è una struttura fatta per
essere sperimentata,
percorsa, sentita, vissuta… come una meravigliosa installazione… una
macchina che a suo
tempo doveva essere perfetta per celare, evocare, celebrare,
santificare… ed oggi è proibita,
chiusa, limitata, controllata…
Eppure, per una volta, qualcosa di nuovo
sta per accadere:
…il nostro amico Ahmet (lo chiamerò così, per non tradire la sua
fiducia), che vive qui da tutta
la vita, e conosce ogni cosa, ha deciso di farci un dono: ci
accompagnerà a visitare la grande
sala a nord, quella denominata la “Sala del Sarcofago”. Lo faremo anche
se in questa stagione
l’acqua invade il cenotafio dappertutto. Poche parole, pochi consigli,
ed io e Carla siamo partiti
per la nostra esplorazione, guidati dalla mano del nostro amico.
L’acqua, nel passaggio dove ci avventuriamo è
alta soltanto mezzo metro, e Ahmet ci indica
tutti i punti su cui passare, per evitare di
cadere nel fosso che circonda tutta la
piattaforma o nelle rampe di scale che vi sono
scavate profondamente nel corpo… non è tanto
quello che vedremo che ci attrae
irresistibilmente, quanto l’esperienza di vivere
e passare a attraverso queste masse,
attraverso i volumi, per compiere un percorso
che migliaia di anni fa qualcun altro avrà fatto
ritualmente per adempiere a qualche
cerimonia sacra.

L’inizio della “passeggiata”…
Quello che vedremo, e che conosciamo dai
testi e dalle foto e raffigurazioni manuali non
è che un residuo postumo: incisioni fatte da
Merenptah, relative ai libri dell’Amduat, delle
Caverne… qualcosa che, a mio avviso, è stato
apposto come arricchimento successivo su
una struttura che, come le antiche piramidi di
Giza, probabilmente era stato creato glabro e
privo di qualsiasi iscrizione.
Ed è così, essenziale e liscio, perfetto e
completo in se stesso, che il luogo ha un
significato, seppur occulto al pensiero profano.

La cosiddetta “camera del Sarcofago”: sul lato ovest si
notano dei blocchi emergenti dall’acqua che si appoggiano
alla parete
Come in un sogno, nel quale i movimenti si
snodano lenti e armoniosi, come se il corpo fosse
staccato dalla mente, con gli occhi prigioneri
dell’incanto delle sale segrete che si aprivano
davanti a noi… così abbiamo attraversato questa
barriera fra noto e ignoto, tra luce e buio, tra la
realtà e la magia insondabile della Duat…
Davanti a noi, dapprima il buio, appena trafitto
dai sottili raggi delle nostre pile… poi uno squittio
stridulo e inferocito: pochi nervosissimi
pipistrelli, creature dell’oscurità, si agitavano,
appesi sul soffitto dai due versanti inclinati come
il tetto di una casa…

Dal soffitto del lato est della sala spiccano il volo
nervosamente alcuni “ospiti”

Mi metto all’asciutto per
qualche minuto… |

Ahmet ha un’espressione a dir poco “inquietante”… |

È giunto il momento di
andare… |
Dall’acqua densa e verde che sommerge i pavimenti fino al ginocchio
emerge un blocco
allungato e piatto, quasi un invito per stare in piedi all’asciutto
mentre riprendiamo l’ambiente
con foto e filmati. Osserviamo stupefatti e col fiato sospeso le ampie
superfici del soffitto,
inclinate e illuminate dal sole: ormai i geroglifici e le raffigurazioni
sono slavati e ridotti a tenui
ombre sul fondo… o si sono deteriorati nell’ultimo secolo, oppure la
dott.sa Murray deve aver
avuto eccezionali capacità di lettura… E’ quasi incredibile pensare alla
complessità delle
iscrizioni decifrate agli inizi del ‘900 e contemplare ora le scarse
vestigia. Pochi minuti di
silenzio, mentre lasciamo che la sensazione di irrealtà ci pervada e ci
isoli dal rovente mondo
esterno…

L’ingresso del tunnel dalla parte del deserto
Poi siamo di nuovo fuori, mentre la frescura
delle sale ombrose si stempera in una vampata
secca nella radiosa aura solare. Ci attende il
lungo e geometrico corridoio di accesso che si
astende per decine di metri sotto le sabbie del
deserto che si stende attorno all’Osireion. Non ci
è dato di percorrerlo fino in fondo, per
fotografare i testi e le figure dei libri delle
Caverne, e dell’Amduat… possiamo solo fermarci
all’imbocco per catturarne le immagini nelle
profondità del tunnel oscuro: in fondo si
intravvede la luminosa sala Sud, ormai
scoperchiata, che conserva ancora testi e figure.
Ecco alcuni particolari che altre volte non abbiamo potuto notare a
causa del poco tempo a
disposizione e della mancanza di un “supporto” locale per accedere a
zone solitamente offlimits.

Immagine presa a livello dell’acqua, mentre ci
spostavamo sulla piattaforma… |

Raffigurazioni sull’architrave orientale, mai viste prima a causa
della prospettiva che le nasconde al visitatore
finchè non si è con i piedi nell’acqua… |

Dall’entrata del tunnel lato deserto, una vista del cunicolo: si
può osservare il soffitto a tetto spiovente |

Una foto con zoom su un particolare del tunnel |

Il pilastro che porta incisi tre fiori della vita,
fotografato da una nuova prospettiva |

Ingrandimento di due fiori della vita |
Devo dire che questa volta la sorte ci ha riservato un’emozione
particolarmente intensa.
Potersi muovere sul piano centrale dell’Osireion ci ha permesso di
sperimentare le stesse
prospettive, gli stessi percorsi praticati dagli officianti del tempo… E
se Ahmet ha ragione,
anche lo stesso livello delle acque (che a suo dire provengono da un
fiume sotterraneo con
regime totalmente indipendente dal Nilo) probabilmente era in tempi
antichi soggetto alla
stessa ciclicità di variazioni. Ahmet, che vive da una cinquantina
d’anni in questo posto ci ha
assicurato che fin da piccolo, e senza nessuna eccezione, l’Osireion è
stato invaso dalle acque
per tutto l’anno tranne che in prossimità dell’attuale 1 gennaio. In
questi giorni l’acqua
regolarmente si ritira ed il fondo dell’Osireion rimane completamente
asciutto.
Ci sarebbe ancora tanto da dire, ma voglio lasciare che siano le foto e
le note tecniche a
raccontare che cosa abbiamo visto… il resto… beh, come sempre, il resto
è…
Un’altra storia!
Dettagli: La GRANDE SALA MERIDIONALE

La Sala di accesso a SUD, angolo ovest: in lontananza si vede allungarsi
il soffitto angolare del corridoio
sotterraneo che termina con un accesso nel deserto.

La Sala di accesso a SUD, angolo est: tra le incisioni i cartigli di
Merenptah.
Il SOFFITTO DELLA CAMERA DEL SARCOFAGO

Ciò che resta e abbiamo fotografato del soffitto
Della Camera del Sarcofago…
Ed ecco quello che ha potuto vedere Naville nel 1914… sotto riporto un
riferimento tratto dal web.

In 1914, by an entry of thieves, Naville penetrated in a room of the
Osireion, so-called room of
the sarcophagus: On the ceiling, he discovered an immense representation
of the sky
with the body of the Nut goddess and explanatory texts (Traunecker,
2001). This scene will
be called the Book of Nut, that one will recover later the ceiling of
the sepulchral room of
Ramsès IV. It would have been drawn under Merenptah. Another part of the
ceiling is covered
with a part of the Book of the Night (until the 9th hour) inscribed
under Sety I (Hornung,
2007).
The body of Nut (A) spreads from east to west, sustained by the god Shu
(B). The Geb god
(the earth C) is not represented. In the evening, the sun is swallowed
by the goddess (F) and
follows a given way (described in G). At the dawn, the sun (H) is below
the horizon. Then the
sun appears (J) and it goes up (K). The newborn sun is under the shape
of a winged scarab
(kheper L)). It is the visible world in which moves the sun. The Nekhbet
goddess , protector
of the south, is drawn at the left (D). This ceiling also consists of a
description of the external
world (E) : "The faraway region of the sky is dived in the obscurity,
one doesn't know its
limits... this country is unknown of the gods (Traunecker, 2005)." So
the visible world is an
illuminated bubble surrounded by a cold and sink set, that surrounds it
of all parts.
This drawing has been duplicated from the book of M. Clagget (1995),
according to Frankfort
(The cenotaph of Seti I at Abydos, London-1933). The letters are
fromTraunecker
a cura di Andrea Vitussi |