
VIANDANTI nel DESERTO
…a piedi da Qubbet el Hawwa al monastero di S.Simeone…

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Il respiro rovente e frusciante del vento caldo ci avvolge e turbina da
ogni parte… mulinelli di sabbia raspano sulle lame di roccia
surriscaldate dal supremo astro della fornace celeste: l’emozione
dell’avventura è lì, davanti a noi, si stiracchia, quasi, come in
attesa, nei pochi chilometri di landa scoscesa e calcinata dal sole che
separano la “Cupola del vento” dal monastero copto di “Anba Hatre”, San
Simeone…
Ci muoviamo pervasi da una leggera euforia, verso la serie di montagnole di detriti che costellano il ciglio del gebel, laggiù verso il bordo della collina… “wara el gebel, ìnzil taht, wi teshof el-kenisa”: “dietro la collina, scendi giù, e vedrai il monastero”… l’eco delle ultime parole di Mustafa, il guardiano delle tombe di “Qubbet el Hawwa” ronza ancora nelle mie orecchie. Egli ci ha accompagnati fino alla sommità del gebel, sul ”West bank” dove un piccolo edificio a cupola sfigura presuntuosamente il profilo dell’ altura. Da lì, dopo aver intascato la sua mercede, e dopo aver insistito per ulteriori integrazioni, Mustafa mi ha laconicamente accennato la strada da percorrere.
Gli altri, con gli occhi ancora pieni dello spettacolo delle fresche acque del Nilo, del verde delle isole di Elefantina e Kitchener e le altre più piccole, immagini ancora fissate sulla retina dalla luce abbagliante e spietata del sole, si avviano con passo lento e sicuro, chiacchierando ancora, dopo la piccola pausa di riposo effettuata sulla cima. La breve quanto ripida salita, dalle Tombe dei Nobili alla cima del rilievo, ha preteso un tributo di relax e respiro, all’ombra dell’edificio dalla volta svettante nell’azzurro terso del mattino.
Ed ora siamo qui, come una fila di minuscole formiche testarde,
arrancanti in discesa su sentieri sottili, come gialle cicatrici di
sabbia nei fianchi del colosso di pietrisco. Le chiacchiere sono
svanite, mentre il piede cerca l’appoggio e tenta il passo nella ripida
discesa, tra rivoli di silice combusta dal sole e pietre scure ed
aguzze, sempre pronte a mordere le suole leggere delle nostre calzature. E la perfetta e uniforme luminosità radiante richiama alla mente il simbolo unitario dell’occhio di Horo, acuto dardo fiammeggiante, centripeto nella sua attenzione assoluta, centrifugo nella sua ardente emissione di fulgore. Il nostro sguardo inquieto si perde tra le tracce ondeggianti, e risale il pendio sul versante opposto… fino alla debole geometria, ormai diroccata e confusa, dell’antico monastero…
Sarà lungo il percorso, e ostile l’ambiente… eppure… tra le forze indomite della natura, l’io dell’uomo risorge a nuova vita, e il silenzio concede nuovo spazio all’intuizione: è un momento di reintegrazione, di pace interiore. Nuove vibrazioni e nuove parole senza suono si propagano nell’orecchio dello spirito, e, senza sentire, senza vedere, nuove “cose” vengono rivelate, e non verranno mai più cancellate dalla nostra memoria arcana.
Presto i nostri passi risuoneranno tra le pareti del refettorio del
monastero, dove la luce trinitaria delle piccole finestre ogivali
diffonderà aloni mistici nell’ombra densa del corridoio… forse poche
note, scandite quasi per gioco, faranno risuonare per noi antichi canti
dei sacerdoti copti, quasi fossimo tornati agli albori della Chiesa… tra
resti di macerie, giochi idraulici dai geometrici circuiti irrideranno
alla nostra capacità di immaginare gli antichi impianti di rifornimento
d’acqua. di Andrea Vitussi |
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